Il signor nessuno alla ricerca del suo nome



 La porta dei dolori








Ricordava ogni cosa di quella casa con le persiane verdi sbarrate, le tende azzurre che si baciavano e i muri color ocra sbiadito. Era rimasta nella mente e nel cuore del signor nessuno nonostante i viaggi che aveva fatto e le tante persone che aveva incontrato. Ricordava, quasi fosse accaduto solo un attimo prima, la donna bellissima con l’abito di pizzo bianco e i capelli del fulgore del grano maturo, condannata a non piangere mai. La ricordava e ne aveva paura e tenerezza. 
Anche a lui, per un periodo, era accaduto di non piangere. Non perché non potesse ma perché non sapeva più farlo. 


Il signor nessuno cercò di sbirciare dalle persiane per vedere se la donna bellissima nei cui occhi per un attimo si era perso, fosse ancora lì. Ma in quella casa regnava il silenzio assoluto. 
Il signor nessuno scavalcò il muretto e passò al giardino d’inverno che si trovava nel patio posteriore. Tra felci e bambù trovò una porta bianca, piccola e con un battente in ottone a forma di barca. Busso due volte e nessuno rispose. Bussò ancora una volta e nessuno rispose. Allora spinse la porta. Non ci volle alcuna forza perché cedesse e si aprisse quel poco che bastava per vedere all’interno. 
Foglie secche e bagliori di pulviscolo. Tutto era coperto, da uno strato di polvere o da un lenzuolo, tutto si perdeva sotto il velo del tempo. 
Poi guardando bene il signor nessuno vide che le orme lasciate sul pavimento di legno grigio erano a metà, solo la parte del tacco in alcuni punti, solo la parte della punta in altri. Stava accadendo qualcosa che gli dava angoscia. 

Uscì correndo da quella casa e quasi si scontrò con un signore che placido placido si dondolava su una sedia tenendo stretta fra i denti una pipa di schiuma bianca. 
Ma dove va così di corsa? Gli chiese l’uomo scrollandosi di dosso un po’ di tabacco caduto sulla giacca. 
Io non lo so con precisione. Rispose il signor nessuno stralunato. So che ho aperto quella porta ed è stato un turbine a travolgermi. 
Capita, rispose placido l’uomo. Capita. Soprattutto a coloro che hanno dei conti in sospeso con il destino. Per esempio, disse rigirandosi la pipa fra le dita della mano destra:  se in un preciso momento della tua vita era scritto dovessi trovarti in un posto, ma nonostante le casualità e i fattori che ti portavano proprio in quel luogo,  tu hai forzato la mano e non ti sei presentato, allora devi rimediare perché hai cambiato una disposizione del destino. E se dovessi poi tornare in quel luogo per tentare di aggraziarti il Fato, non vale, non vale più per carità. Tutto diventa parossistico, tanto che vieni scrollato da un tornado di emozioni a volte intuendo quello che poteva e non è stato. E che non sarà mai più.
Ma è probabile anche che quel malore sia dovuto al fatto di non essere riuscito a risolvere un dolore. Disse l’uomo abbassando il tono della voce quasi si trovasse in un confessionale. Allora le emozioni sono ancora più forti.
Il signor nessuno lo guardò stupito. Per un attimo la sua comprensione si fermò a quelle ultime parole. 
L’uomo scrollò il capo, poi si mise la pipa in bocca, tirò una boccata e con il cannello tra le labbra cominciò a canticchiare un motivetto che il signor nessuno riconobbe subito. 
Era una vecchia canzone che lui cantava spesso nei giorni della scuola, quando prima di entrare in classe andava a sbirciare nell’aula vicina per poter vedere Ciliegia. 

Ciliegia era una ragazza di due anni più grande. Era bella. Per il signor nessuno, quelle rare volte che riusciva a vederla era come dare al cuore un battito in più. Lui batteva, batteva e mentre batteva rideva ed era felice. A lui bastava guardarla e starle accanto mentre respirava e l’annusava. Ciliegia lo sapeva ma non parlava mai. Ciliegia non era un dolore aperto, ma lo fu tutto quello che venne dopo. Fino ad arrivare alla bellissima donna della casa color ocra sbiadito. 
Entrando in quella casa vuota il signor nessuno dovette arrendersi al nulla che aveva sovrastato tutto. Restavano i ricordi, disse piano, sapendo bene che anche quelli mutavano a seconda del tempo. E non erano mai veritieri. 
Ciliegia aveva aperto una porta. Ora lui doveva chiudere il discorso, con lei e con tutti gli altri, fino alla bellissima donna che viveva un tempo in quella casa color ocra sbiadito. 
Esatto, disse l’uomo sulla sedia a dondolo, scrutandogli il cuore. Esatto, ripetè il signor nessuno. 
Devi pensare a loro come esseri umani, sorrise l’uomo con la pipa di schiuma bianca. Devi umanizzare i ricordi e renderli quello che erano e che sono. 
Il signor nessuno fece cenno di sì con la testa ma in modo distratto. Stava pensando alla nuotatrice e a quell’equilibrio, tanto fragile, fra mente e ricordi che lei combatteva bracciata dopo bracciata. Pensò alla vecchia della casa azzurra a quell’olifante che non aveva mai smesso di chiamare a raccolta i guerrieri pensava a chi aveva dato sentimento e amore fino a diventare una guastatrice. 

L’uomo sulla sedia a dondolo quasi svanì nei pensieri. Non c’è forma al dolore, disse il signor nessuno. Uscì dal giardino d’inverno. Era tempo di camminare.


(Tredicesimo capitolo e il viaggio del signor nessuno continua)

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